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Pandora 14 aprile 2012

Posted by cittadivetro in Via Lattea: Pianeta Terra.
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Tre mesi son passati ma i giorni non li conto più, se ne vanno così veloci che non si fa mai in tempo a girare pagina del calendario. Non ho mai tenuto un calendario, io, così come gli orologi non mi sono mai serviti, ma solo adesso il tempo va pesato e i giorni riempiti, che il poco spazio che rimane per fermarmi lo uso in realtà per allontanarmi dai pensieri.

Non conto più neanche i chilometri che i miei passi hanno percorso, né le infinite volte che ho pedalato in salita e il respiro cominciava a mancare ma le mani le tenevo strette al manubrio, la luce puntata sull’asfalto ché alcune notti sono buie per davvero, e non basta la solita stella che vedevo anche dal mio terrazzo mesi fa ad indicarmi la strada di casa.

Stranieri lo si è un po’ ovunque, e non basta una casella di posta con affisso il proprio nome per mettere radici, perché poi per sradicarle basta un minimo movimento della terra sottostante ed è un attimo essere sbalzati nell’altro capo di non-so-dove, senza per questo perdere le proprie coordinate. Le radici le hai solo se ci nasci, io le mie non so dove le ho messe- forse in qualche cassetto che ho dimenticato di aprire quando me ne sono andata- o se le abbia mai avute.

Io le mie radici, ora che ci penso, le avevo spezzettate e nascoste in diversi angoli, alcune parti le avevo messe sotto i colori di alcuni dipinti, altre nelle acque di qualche canale, qualche frammento l’ho nascosto sotto delle note ben precise, che poi mi sorprendo a far ascoltare a gente a me sconosciuta e quindi se ne vanno. Non so se ritornano.

Ieri, pedalando al vento e senza guanti, ripensavo alle tue mani che cascavano dal freddo, ci ripensavo perché alcune cose non finiscono mai e rivivono di continuo in altri luoghi, in altri tempi, in altre persone, finché non si consumano e allora brucia anche l’ultimo avanzo di cera, brucia anche l’ultima sigaretta. C’è sempre qualcuno che aspetta anche se non lo sai, dice, io dico che la luce della speranza non la scorgerai mai nella stella principale, ma è in quella giù in fondo all’orizzonte, nasconde la faccia e resta al buio, ma è l’ultima a scomparire al mattino, e riaccompagna i cuccioli smarriti alle loro case. Casa non esiste, non è una terra che si dissolve se ne parli, casa te la porti dietro senza il bisogno di valigie perché risiede nel tuo accento e nella melodia della tua voce, ed ora che ho fatto pace con queste pareti mi accorgo che essa è quando cominci a sognare ed è giù in fondo allo scrigno che Pandora aprì millenni fa che bisogna sempre cercarla.

La corsa. 16 febbraio 2012

Posted by cittadivetro in Via Lattea: Pianeta Terra.
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Ed è così che i giorni passarono, un pò contandoli sulla punta delle dita, finché arrivò il momento in cui esse non bastarono più. E’ in  quell’istante che si ha la percezione che  il tempo fugga inesorabile, anche quello più lento e detestato, tutto il tempo che si lascia lungo le strade bagnate, nei fiocchi perfettamente delineati, il tempo che si lascia nelle nuvole dense del respiro e quello tra le screpolature delle mani.

C’è del tempo, ancora, lasciato lungo le vie sconosciute ma ugualmente percorse, nelle città che diventano visibili e si avvicinano grazie alle corse sfrenate di treni e di piedi feriti.

C’è, ancora, del tempo lasciato nelle parole mal pronunciate, e nei gesti che le aiutano a farsi capire, e del tempo rimane soprattutto nelle abitudini quotidiane, nella neve che si raccoglie su sé stessa e poco dopo si scioglie. E quando non la si vede più, allora è il tempo che è passato e non torna, ma se ne può percepire il sentore nella eco di quel cane che tutte le notti abbaia alla Luna.

Visi, figure. 15 gennaio 2012

Posted by cittadivetro in Via Lattea: Pianeta Terra.
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Quando le note cominciano a girare, c’è qualcosa che ribolle sottopelle e riaffiora, che seppur esse sono sette, infinite diventano le soluzioni che si intrecciano ed intersecano. Accade che se vengono ripescate quelle giuste, riemerge tutta una serie di ragioni e bisogna far loro spazio in quelle piccole valigie che attendono in un angolo della stanza, il contenuto sembra poco ma sproporzionato in confronto ai reali bisogni di ciascuno. Accade che se vengono ripescate quelle giuste, riemerge tutta una serie di volti incrociati per le strade o i vicoli, e di cui nessun nome viene ricordato o, peggio, perso attraverso gli anni. Non mi viene in mente nessun motivo ragionevole nascosto dietro ogni scelta, ma in compenso una lunga fila di sbagli ed errori che mi han portato a farle, di notti vissute come fossero interminabili giornate e di accenti rincorsi e mai raggiunti, che se quasi venivano afferrati in realtà si allontanavano e si perdevano tra le pieghe di quelle poche note. Non ho mai capito la melodia che si muove e si nasconde sotto i gesti e le decisioni, ma anche ritornando indietro sarebbero gli stessi, poco o niente ho mai incrociato, ma quel poco mi basta se serve a far incontrare anche per diciassette secondi due persone, senza neanche allontanarsi ma restando fermi, diciassette secondi che si ripetono all’infinito, fino a schiudere il segreto di una notte.
Quasi mai hanno un nome, ma sta’ certa che i visi e le figure non li scordo, per quella strana abitudine che ho di osservare le persone e studiarne i movimenti, che anche a distanza di anni riesco a ricordare gli abiti e le parole anche se poi confondo il luogo, e non saprei dire se è di notte o di giorno che le ho incontrate. Sta’ sicura che non dimentico il brillìo che si cela in fondo agli occhi di ciascuno, pur non conoscendone le storie, e neppure la grafìa impressa in mille buste rosse come i cieli, di cui solo una ora è importante e sarei felice anche non ci fosse scritto niente. Troppe volte abbiamo corso alla ricerca del binario giusto, ma spesso siam rimaste a terra con gli zaini stretti sulle spalle, i volti rossi e affaticati riflessi sui finestrini di treni in movimento.
Ora riemerge la prima volta che mi capitò di ascoltare quella canzone e l’immagine che ne ricavai era di qualcuno che, a bordo riva, camminava in punta di piedi, lo sguardo verso il mare, il passo lieve. Se in punta di piedi abbiamo camminato a lungo e nei tramonti, se ci si sono aperte porte e varchi dai diversi mari che abbiamo avuto la fortuna di scorgere insieme in tempi e luoghi diversi, sappi che è sotto il cielo che bisogna muoversi, che esso cambia e diventa rosso pur restando fermo, che è la realtà sotto di lui che si agita , si mescola e ne prende il colore. Nemmeno scrivendo tutti i giorni sarei capace di sfuggire la minaccia della  stasi, contro la quale il  mio augurio, per noi, è quello di riuscire a correre sempre in qualche modo, affinché si riesca a guardare in alto secondo molteplici angolazioni e sfumature. E se c’è questa possibilità, non importa quanti chilometri dividano i nostri passi, perché le strade rimangono sempre in parallelo -questo è ciò che mi hai insegnato -e  non è mai una cosa negativa, si può avere il sentore di sentirle vicine, tu hai detto. Non resta che avere fede nella prossima notte, già scritta tempo fa ma di cui nessuno conosce la forma, e allungare il passo, attaccare sulle valigie le etichette con i propri nomi, confonderle con altre valigie ed altri nomi perché i giorni passano e vanno veloci, anche loro corrono sotto questo cielo che volge quasi all’imbrunire. E quando domani stringerò tra le dita congelate il biglietto per quel treno, sta’ sicura che ci balzerò dentro senza ripensarci e saranno sempre quelle note ad accompagnarmi, capirò forse il motivo per cui non mi hanno mai lasciata sola.
Non esistono gli addii. Devo ricordarmi.

Collage. 11 gennaio 2012

Posted by cittadivetro in Via Lattea: Pianeta Terra.
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Se non sapete che strada scegliere, scegliete sempre la più difficile.

La più difficile ora è una strada che mi si apre davanti e in solitaria, ha il colore della differenza e forse della disintegrazione, ma sono spesso pronta alla battaglia – a patto che il solo sangue a scorrere sia il mio -il fascino della lotta è unicamente nel constatare chi arriverà fino in fondo, e come. E, mentre gli altri rimangono a dimenarsi tra le briciole quotidiane, io cerco tra i mille gomitoli l’unico filo di Arianna della mia esistenza. Scopro qualcosa di me stessa che non conoscevo, o che, nel trantran degli altri, ignoravo, se me ne vado in giro da sola. E non so se è l’illusione di un’indipendenza ma potrebbe diventare una bella abitudine imparare a sentire il vento che sibila nelle orecchie. E anche il più piccolo petalo che vola nella mia direzione mi sorprende – come possano delle rette incrociarsi non lo capirò mai – eppure la perfezione del caso non mi spaventa nemmeno un pò.

I due alberi. 24 dicembre 2011

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Questa stanza non ha più pareti ma alberi infiniti.

Non essere stanco di durare tra le albe. 18 ottobre 2011

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(…)Riudrai le voci del profondo autunno,
del magistero, del pozzo profondo,
se sapesti udirle nel primo
giorno, se sapesti che primo
è ogni giorno. Non essere stanco
di durare tra le albe, esse faranno
verità della nostra menzogna. (…)
 
(A. Zanzotto, Ecloga IX)
 
RIP

Dopo l’ombra. 18 giugno 2011

Posted by cittadivetro in Via Lattea: Pianeta Terra.
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Ogni volta è sempre la stessa storia. Esco fuori in terrazzo per constatare le condizioni meteo prima di uscire e, come al solito, c’è vento. Ma forte, un vento così forte che riesce a staccare persino i cartelloni pubblicitari e quelli di propaganda elettorale che sono stati affissi qualche giorno fa. O forse sono passate settimane, magari mesi, non lo ricordo bene. In compenso non è mai freddo, nonostante il fortissimo vento. Do uno sguardo in giro per vedere se c’è qualcuno ma non c’è mai nessuno per le strade ed in lontananza sento il boato del mare. Chi vuoi che ci sia, penso. Alzo gli occhi verso l’imponente costruzione che si staglia all’altro lato della strada, strada piccola e stretta in realtà, a quest’ora è completamente avvolta nell’oscurità e l’unica cosa che riesco a scorgere dettagliatamente sono i vetri lucidi delle finestre che si affacciano nel punto in cui mi trovo io ora. E la vedo. È nascosta nell’angolo dell’ultima finestra a sinistra, quella più alta, mi fissa e non si muove. Io mi allaccio il giubbino ed esco.

Mi sono chiesto più volte per quale motivo io esca sempre a quest’ora, credo sia poco più della mezzanotte, l’orologio lo controllo poco, ma le serrande delle case sono tutte abbassate, i lampioni accesi e generalmente in giro ci sono solo io. Devo dire la verità, mi allontano poco dal mio quartiere, solitamente faccio il giro dell’isolato o poco più ma ogni volta mi stupisco di come io non riesca mai ad incrociare nessuno. Ricordo, però, che una volta, o forse più di una, mi allontanai fino a raggiungere un piccolo parco, si troverà pressappoco a quattrocento metri da qui, e il bar posto proprio all’inizio di suddetto parco era ancora aperto, l’insegna rotta e intermittente. Entrai e chiesi un caffè, il barista mi guardò un po’ male e mi allungò una bevanda semialcolica. Chi sei, mi chiese, non ti ho mai visto da queste parti. In effetti non passo spesso in questa zona, risposi io, ma il barista si era già allontanato per asciugare una pila di bicchieri. Il locale era piccolo e in penombra, ad un tavolo erano seduti due individui che sorseggiavano una bibita, muti, lo sguardo fisso al pavimento. Lasciai qualche moneta sopra il bancone ed uscii.

Ogni notte ci vuole un minuto o poco più per raggiungerla, il tempo di attraversare la strada fino all’alto portone del palazzo, ai cui lati sventolano con furia delle bandiere di non so quale nazione. Di solito ci incontriamo nel cortile interno ed è lì che anche oggi la trovo, seduta e dondolante su un’altalena, gli occhi chiusi e la testa reclinata, i lunghi capelli chiari che seguono le direzioni del vento. Scusa se ti ho fatto aspettare, le dico. Quando mi sente arrivare, spalanca improvvisamente gli occhi come impaurita, o meglio, come se si fosse svegliata di soprassalto da un sogno. Mi guarda, tace ma con un gesto della mano mi fa cenno di sedermi vicino a lei. Comincio a dondolare anche io e con me i rami degli alberi, i cespugli del cortile, i capelli biondi di lei, tutti scossi dal medesimo vento. Si gira verso di me e continua a guardarmi ma i suoi occhi vitrei non sono quelli che conosco. Sono vuoti, inespressivi, è l’unica volta che non vi vedo alcuna luce brillare. Eppure tante volte li ho incrociati, tante notti come questa, tante notti della stessa notte. Mi sfiora la mano in silenzio, ma io capisco esattamente ogni parola che vorrebbe dirmi, la capisco perché a quest’ora non parla nessuno e ogni pensiero si incrocia, ogni sillaba si sfiora con altre sillabe.

Entriamo nell’edificio e cominciamo a camminare per i corridoi, passando davanti ad ogni stanza vuota di cui io ricordo esattamente la disposizione dei mobili come se ci fossi entrato ieri l’ultima volta. Ma io l’ultima volta che ho visto queste stanze illuminate dal sole non me la ricordo più. Ero piccolo anche se ora, a parte qualche preoccupazione in più, in realtà non è cambiato nulla. Li percorro ogni notte quei corridoi vuoti, quelle stanze immobili e buie e i soli rumori che odo sono il sibilo del vento che di fuori scuote gli alberi, il passo di lei vicino al mio e l’eco dei mille racconti che mi narra ogni notte in un sussurro. Rimaniamo sospesi, dice, poi più niente e io cento volte apro gli occhi e cento volte mi ritrovo ancora lì. Solo.

Mi ostino a tornarci ogni notte in quell’edificio o, se non ci entro, ci giro intorno, percorrendo il perimetro dell’alto cancello di ferro dipinto di rosso. A volte decido di entrare, ogni tanto addirittura mi capita di trovarci qualcuno, perlopiù il giardiniere chino sulle piante, o qualche individuo che come me vaga per i corridoi, ma non c’è più nessun bambino. I pochi che ora, saltuariamente, frequentano questo posto non si girano a guardarmi come invece faceva lei, nessuno mi aspetta dondolante sull’altalena. Nessuno vede più nessuno adesso, le notti non si incrociano, ciascuna notte appartiene ad una notte diversa dalle altre. E anche se io ogni volta, passata la mezzanotte o poco più, controllo l’intensità del vento, mi allaccio il giubbino ed esco, so che nessun rumore riuscirò più a cogliere lungo le vie di questo isolato, tranne quello del mio stesso respiro che attraversa le pareti della mia camera da letto.

La zucca e il pero 8 giugno 2011

Posted by cittadivetro in Linfa.
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DIALOGO FRA LA PRESUNTUOSA ZUCCA E IL PERO SAGGIO E MODERATO

 

    Fu già una zucca che montò sublime

in pochi giorni tanto, che coperse

a un pero suo vicin l’ultime cime.

    Il pero una matina gli occhi aperse,

ch’avea dormito un lungo sonno, e visti

li nuovi frutti sul capo sederse,

    le disse: – Che sei tu? come salisti

qua su? dove eri dianzi, quando lasso

al sonno abbandonai questi occhi tristi?-

    Ella gli disse il nome, e dove al basso

fu piantata mostrolli, e che in tre mesi

quivi era giunta accelerando il passo.

    - Et io – l’arbor soggiunse – a pena ascesi

a questa altezza, poi che al caldo e al gielo

con tutti i vènti trenta anni contesi.

    Ma tu che a un volger d’occhi arrivi in cielo,

rendite certa che, non meno in fretta,

che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo. -

 

(L.Ariosto, Satire, VII, 70-87)

Melodia-Modulazione 6 giugno 2011

Posted by cittadivetro in Romanzi del mare..
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La prima cosa che pensai quella mattina in cui arrivò a casa nostra fu solo che me lo immaginavo diverso. Fisicamente, intendo. Per il resto non fu come conoscere una persona nuova ma solo perché non fu proprio come “conoscere” una persona. Lo conoscevo già, probabilmente o, forse, perché avevo sentito parlare talmente tanto di lui che niente, a parte l’aspetto fisico, mi era nuovo. Corporatura minuta, la pelle arsa dal sole, baffi tipicamente siculi che tutto quello che seppe dirgli mio padre dopo quasi vent’anni che non si vedevano fu, quando te li fecisti crescere? Eppure restai, per quasi una mattinata intera, in silenzio, cercando di fotografarne i lineamenti e di registrarne il tono della voce. Parlava veloce, velocissimo, quasi come se rincorresse le parole nella speranza che non gli sfuggissero, e con un accento stretto che facevo fatica a seguire. Nonostante questa sua caratteristica, mi parlava tranquillamente, nel senso che mi parlava come se mi conoscesse da sempre e fu ancora mio padre, stavolta rivolto a me, a chiedere, ma tu lo capisci quando parla? Certo che lo capisco, risposi io, ha solo quel difetto di pronuncia ma il senso globale è facilmente comprensibile. La verità è che sì, certo che lo capivo, ma l’unico che riusciva ad intendere ogni minimo risvolto delle sue parole, nonostante la fretta di comunicare e i difetti di pronuncia, era proprio mio padre. Perché sebbene fossero passati davvero quasi vent’anni, altrettanti ne erano stati condivisi tra le acque e gli scogli di quel piccolo paese del Sud. Il loro rivedersi aveva un qualcosa di atemporale, come se davvero si fossero incontrati anche il giorno prima, e il giorno prima ancora, e anche l’altro, come se il tempo nonostante i calendari si fosse fermato in un punto. Quello di vent’anni fa. La signora, come lui amava definirla, aveva invece un tono di voce pacato e la sua voce era modulata su ritmi molto lenti, come dei passi cadenzati, calcolati. Sai non sono della stessa città, mi sussurrò mia madre all’orecchio, e se ci fai caso la differenza si sente, anche se distano di pochi chilometri. Il suo accento ha un qualcosa di molto più caldo, continuò lei, come di riposante, come se ti cullasse non so, non c’è alcuna agitazione nella sua voce e poi non interrompe mai gli altri. Continuai ad osservarli anche a pranzo, la realtà è che forse non sapevo esattamente di cosa parlare con due persone mai viste prima – non è facile parlare del niente – ma il loro piombare d’improvviso a casa mia era un fatto totalmente inaspettato e portava con sé ricordi, ma ricordi d’altri, che avrebbero potuto sì essere miei, ma non lo erano, e il massimo che la mia nostalgia poteva fare era quella di vedere delle foto in bianco e nero. Lui sembrava irrequieto, girava gli occhi a destra e sinistra, muoveva le posate sopra il tavolo, ma poi d’improvviso sorrideva, per poi oscurarsi ancora, e allora tutto quello che mi venne in mente è che forse aveva paura che il tempo gli sfuggisse di nuovo, che quella giornata stava per volgere al termine, mancava qualche ora, e poi forse chissà quanti anni sarebbero ancora passati. Sai, mi disse  con gli occhi lucidi in quel suo italiano faticoso e impastato di agrumi, la speranza è l’ultima morire. Io ci avevo messo un pensiero che sarei venuto qui, nonostante tutto, e quindi l’unica cosa che devi ripeterti sempre è questa, che la speranza è l’ultima a morire.

Da quel giorno me lo ripeto spesso.

E mi stupisce che ciò che ora è diventato per me quasi un mantra mi sia stato suggerito da qualcuno che mai mi aveva vista prima, che di libri ne sa poco, ma con acque impetuose e insidie marine è cresciuto.

E anche adesso che il loro treno è in viaggio, ora che il Sole tramonta anche nel paese del sole, io me lo ripeto spesso, che negli interstizi del tempo si possa trovare il tempo per tornare indietro, ma tornarci attraverso parole che con gli anni ritornano alla melodia originaria.

Alchimia 14 maggio 2011

Posted by cittadivetro in Linfa.
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L’arte fu, nell’infanzia del tempo, preghiera. Legna e pietra furono verità. Nell’uomo io vedo la luna, le piante, il nero, il metallo, la stella, il pesce. Che si lascino scivolare gli elementi cosmici, simmetricamente. Deformare, bollire. La mano è forte, grande. La bocca racchiude la potenza dell’oscurità, sostanza invisibile, bontà, paura, saggezza, creazione, fuoco. (Tristan Tzara)

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